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Scuola e dintorni | Le mie giornate ai tempi del coronavirus (Capitolo II - Nuove Strade)

Pubblicato il 8 maggio 2020 • La Torretta , Scuola

La nuova puntata del racconto delle giornate nelle prime settimane del blocco delle attività e questa volta a farlo sono i ragazzi delle classi seconde della scuola media. Buona lettura !

Capitolo II - Nuove Strade

Questo è un momento difficile per tutti, ci viene chiesto di cambiare la nostra vita, la nostra routine quotidiana e il nostro modo di rapportarci con gli altri e con il mondo. La paura si sta diffondendo molto più velocemente del virus in tutti i cuori.

Ormai è quasi un mese che le scuole sono chiuse; la prima settimana l’ho presa come una “vacanza”, pensando che poi sarebbe tornato tutto alla normalità invece, più i giorni passavano, più la situazione peggiorava e anche adesso non sembra per niente migliorata, anzi.

Una cosa che mi rattrista molto è quando penso alle giornate precedenti a questa emergenza, quando tutto era normale: andare a scuola, vedere strade e città affollate, uscire con gli amici nelle giornate di sole per divertirsi facendo una passeggiata…

Perdere la libertà di movimento è una forte causa di disagio, soprattutto quando la causa è così nuova, così indefinita e sconosciuta.

Quando mi annoio cerco di inventarmi qualcosa di nuovo: ora che il tempo lo permette esco in giardino a passeggiare, a giocare a palla o a scrivere. Una mattina di quelle in cui sono uscita a prendere una boccata d’aria, sono rimasta colpita dall’assordante silenzio che mi circondava. Era la prima volta che riuscivo a sentire così tanti uccellini cinguettare; è stato allora che ho pensato che, almeno loro, come la natura, dovevano stare meglio. Tutte le nostre abitudini, infatti, sono cambiate drasticamente eppure il tempo continua a scorrere, continuano ad esserci i giorni e le notti e i fiori continuano a sbocciare, il vento a soffiare.

Ogni giorno telefono e videochiamo i miei parenti e compagni che non vedo ormai da tanto tempo e che mi mancano: forse sono proprio loro che mi aiutano a rallegrare un po’ l’atmosfera che è così triste e preoccupante.

Fuori dalla finestra non vedo e non sento il solito traffico, sento invece spesso l’inquietante, angosciante sirena delle ambulanze che mi porta a pensare ai tanti medici e infermieri che rischiano la propria vita tutti i giorni per salvare quella degli altri ed è per questo che li ringrazio e sono orgogliosa di loro.

Rispetto a quanto sta avvenendo, molti parlano di pandemia; il fatto che non ci sia una vera e propria cura per questo virus e che il numero di decessi sia importante, ha provocato preoccupazione tra la gente. Questa pandemia mi ricorda la peste del 1348: la malattia si diffondeva velocemente come adesso e portava quasi sempre alla morte. Tuttavia, studiata sui libri mi sembrava così lontana da noi… La differenza da allora è che noi, oggi, abbiamo “strumenti” che ci permettono di provare a contenere la situazione.

Posso solo sperare che i ricercatori trovino resto un vaccino che possa sconfiggere questo virus: allora sapremo apprezzare davvero i piccoli gesti come un abbraccio e un bacio che ora non abbiamo il lusso di poter condividere.

Nella mia cucina, sopra il lavandino, c’è un’anta rivestita da una lavagna. Spesso scriviamo un pensiero, la frase di una canzone, qualcosa che ci piace… Ieri sera ci ho scritto un post che dice: “La vita è per il dieci per cento cosa ti accade e per il novanta per cento come reagisci”. Questo è il modo in cui sto vivendo il tempo del “Coronavirus”.

La situazione mi preoccupa perché sento che ci sono tante persone che stanno soffrendo ma anche tanta gente che si sta dando da fare per aiutarle (medici, infermieri, volontari…). E noi come possiamo aiutare? Possiamo farlo RESTANDO A CASA proprio perché così diminuiamo il numero di contagi; non ci viene richiesta una cosa difficile.

Penso ai miei nonni che, nelle videochiamate mi raccontano della guerra che hanno vissuto quando erano piccoli, durante la quale hanno fatto dei sacrifici ben più grandi. Forse anch’io potrò raccontare, un domani, di aver vissuto una “guerra”, una strana guerra dove il nemico è un invisibile virus che, purtroppo, sta vincendo diverse battaglie quotidiane. Di armi ne abbiamo poche ma sono sicuro che il buon senso e la responsabilità di tutti siano l’unica strategia per sconfiggerlo.

Devo ammettere che durante questa quarantena ho iniziato a cucinare: questa volta sono i miei genitori che lavorano e hanno bisogno di me! È stato un piacere occuparsi anche di loro, ci ha uniti ancora di più. Abbiamo anche riscoperto il valore della preghiera: ogni sera preghiamo per le famiglie, per i malati ma, soprattutto, per i medici. Che testimonianza vedere che delle persone mettono a rischio la propria vita per aiutare gli altri. Questa è in assoluto la lezione più bella che ho imparato in questo periodo.

La storia ci ricorda che ci sono state molte malattie, alcune chiamate pandemie, come il Covid-19, per la velocità con cui le persone si contagiano su grandi territori, in tutto il mondo. Ciò che differenzia la peste del 1348 dal Coronavirus è solo il diverso modo di reagire all’epidemia. Se a quel tempo la gente aveva pensato ad un castigo di Dio, oggi dobbiamo stare calmi, riflettere e non fare cose senza senso.

In questo momento, in cui sto utilizzando molto la tecnologia, sento tanto la mancanza della “vecchia vita”: gli abbracci, le battute, l’odore della mensa e, addirittura, il suono della campanella.

Pensandoci, mi viene in mente che Baden Powell, fondatore degli scout, diceva: “Quando la strada non c’è, inventala”. In questi giorni sto inventando e sperimentando nuove strade per comunicare, giocare, studiare e (anche se resto a casa) stare con gli altri. Spero che tutto il mondo possa trovare nuove strade per tornare a vivere come prima, anzi, meglio di prima.

A cura degli studenti delle classi seconde della scuola secondaria di primo grado con la supervisione della Prof.ssa Lunghi