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LA TORRETTA | Scuola si cambia, ricordi e riflessioni

Pubblicato il 20 febbraio 2021 • La Torretta , Scuola

L’anno scolastico 2020-2021 si è aperto con alcune importanti novità per l’Istituto Comprensivo Montessori di Sulbiate e Ronco Briantino: la Prof.ssa Maria Lucia Lecchi, Dirigente Scolastico negli ultimi sei anni, ha raggiunto il traguardo della pensione ed è stata sostituita dalla Prof.ssa Sonia Mastroleo che dalla fine del mese di settembre ha ufficialmente preso l’incarico di Dirigente dei plessi dei due Comuni.

Alla Prof.ssa Lecchi i nostri sentiti ringraziamenti per il lavoro svolto insieme in questi anni, anni di reciproca stima e fiduciaAlla neo-Dirigente Prof.ssa Mastroleo il nostro augurio di buon lavoro e l’impegno a lavorare congiuntamente allo sviluppo della nostra scuola.

Inoltre, dallo scorso 1 settembre,  anche la Prof.ssa Patrizia Spada e la Prof.ssa Roberta Mauri sono in pensione. Per decenni hanno insegnato presso la scuola media di Ronco, volti noti a tantissime persone, tra ex alunni, famiglie, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni che negli anni hanno collaborato con la scuola per tanti progetti e iniziative. E anche noi, redazione de La Torretta, in tempi diversi e con ruoli diversi (chi come studente, chi come genitore dei loro alunni, chi come collega…) abbiamo avuto modo di “incrociarle”.

La Prof.ssa Spada è stata, a lungo, anche responsabile di plesso (qui il ricordo di ex. alunni e colleghi); per questo ci è venuto spontaneo chiederle di dedicarci un pochino di tempo per una chiacchierata insieme, che vorrebbe idealmente completare le riflessioni fatte con lei (e con Carla Meroni) nei mesi scorsi a proposito di didattica a distanza e di “scuola al tempo del Covid-19”, ripercorrendo anche gli anni passati, ma tenendo uno sguardo sul presente e sul futuro della scuola e dei ragazzi.

Partiamo dalla fine.  Quale è stato il primo pensiero quando, lo scorso giugno, hai ricevuto comunicazione ufficiale che dal 1° settembre 2020 saresti stata in pensione?

Non è stato un pensiero, è stato “un tuffo al cuore”, un disorientamento improvviso. Poi ho letto un libro che mi è stato consigliato, “La mattina dopo”, di Mario Calabresi, e mi sono persa e ritrovata nelle sue parole: “bisogna essere preparati al momento del vuoto, quello in cui il tempo sembra fermarsi e perdere di senso”.  Le emozioni si sono trasformate in qualcosa di razionale. Ho gradualmente preso coscienza della “partenza” da un luogo a me molto caro. Ho incominciato a elencare le cose che non avrei più fatto, le lezioni che non avrei più preparato, le strade che non avrei più percorso, le preghiere che non avrei più recitato, le persone che non avrei più visto, e ciò mi ha svuotata, ma, al tempo stesso, mi ha permesso di guardare alle nuove opportunità. Ho pensato che i legami più solidi non si sarebbero interrotti, che gli affetti più cari sarebbero resistiti, anzi si sarebbero rivestiti di nuovi significati.

Ho ricevuto lettere bellissime e commoventi da parte di colleghi, studenti e genitori. Le lacrime si sono fatte dolci, la vita si stava modificando, si rinnovava.

Ora proviamo a riavvolgere il nastro della tua lunghissima esperienza di docente presso la scuola media (quando hai iniziato si chiamava ancora così) di Ronco: in che anno, di preciso, sei arrivata? Come supplente o di ruolo?

Sono arrivata a Ronco da supplente, nei primi anni ‘80. Poi, quando ormai mi credevo “sistemata” a Carnate (avevamo costruito un nuovo tempo-scuola con progetti didattici importanti, si era formata un’ottima classe 1^), ho lasciato tutto perché una collega, e amica carissima, ha chiesto il trasferimento a Carnate “per ricongiungimento al nucleo famigliare” (!). L’ho fatto con rammarico, confesso, rammarico mio e delle famiglie, alle quali sono rimasta a lungo legata, quell’anno però dovevo scegliere la mia sede definitiva, e ho scelto Ronco, era l’anno scolastico. 1987-88.

Hai qualche ricordo particolare dei tuoi primissimi tempi?

Quando sono arrivata a Ronco, la situazione era molto fragile: c’era una sola sezione (che significava precarietà di cattedra) e molti docenti sceglievano Ronco, ma poi chiedevano immediatamente l’assegnazione provvisoria nelle scuole di loro residenza. A fatica, abbiamo costruito (dico abbiamo perché nulla ho fatto da sola) un progetto con alcune iniziative-pilota, soprattutto compresenze, che ci permettevano di fare grammatica contemporaneamente nelle varie lingue, di insegnare geografia e scienze insieme, di proporre il bilinguismo (francese-inglese) che in quegli anni non era previsto - alcuni di noi hanno ancora nel loro fascicolo le contestazioni disciplinari per aver portato avanti questa esperienza, ma la nostra passione era più forte degli ostacoli burocratici e, alla fine,  abbiamo vinto, e i nostri studenti di Ronco (ormai le sezioni erano due) hanno potuto sostenere l’esame di licenza con 2 lingue comunitarie, l’inglese e il francese, accedendo così in modo indifferente alle scuole superiori che proponevano l’una e l’altra lingua. Gli studenti e le famiglie erano al nostro fianco, e noi eravamo inarrestabili su questo piano. È stato un periodo faticoso, ma intenso e passionale. E poi, con la preside Stucchi, siamo passati alla proposta delle 3 lingue, aggiungendo alle precedenti, lo spagnolo. Ma io ho avuto compagni di viaggio meravigliosi. Quando sono arrivata a Ronco avevo il Prof. Maurizio Perfetti come collega di Matematica e Scienze, e il Prof. Arturo Sala (laureato in Filosofia e poi Psicologo e Psicoterapeuta) come collega di sostegno. Quell’anno per me è stato un aggiornamento continuo.

In tre decenni hai incontrato e conosciuto davvero tantissimi ragazzi e ragazze e certamente vi sono enormi differenze tra chi aveva 12-13 anni nei primi anni Novanta e i preadolescenti di oggi. C’è qualcosa, invece, che secondo la tua esperienza non è cambiato in loro?

Mah, lo sapete, i ragazzi non sono cambiati tanto. Sono sempre “il sale della vita”. Sono sempre ricchi, sensibili, forti e fragili al tempo stesso, e tanto, tanto collaborativi. Ma hanno bisogno di punti di riferimento. La nostra fermezza è la loro forza. Parlo di fermezza, non di rigidità. Come in famiglia, loro percepiscono ciò che noi siamo, ciò che pensiamo e che facciamo. Se noi siamo puntuali, seri, rispettosi, loro lo saranno. Forse non sempre con le modalità che ci aspettiamo, con le loro. I ragazzi arrivano a scuola con il loro mondo nello zaino, i loro dubbi, le loro paure, i loro sogni, i problemi che vivono in famiglia… Mi piace citare Daniel Pennac, quando nel suo “Diario di scuola”  dice “Se voglio sperare nella loro (degli studenti) piena presenza, devo aiutarli a calarsi nella mia lezione (…) La presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all’intera classe e a ogni individuo (…), dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale”. C’è un momento, quando si entra in classe, un momento che precede la lezione, che è magico, e non va sprecato, da lui dipende il tempo che rimane.

Cosa significa, per te, esser stata guida e riferimento per centinaia di studenti? Cosa hai cercato di trasmettere loro, al di là delle conoscenze “nozionistiche” legate alle tue materie?

Per me è sempre stato importante insegnare per formare adulti onesti e cittadini responsabili, e questo è l’augurio che rivolgo ai miei studenti. Come ho ripetuto spesso, “la scuola finisce, la vita continua”. “Educare”, è questa la parola chiave, educare al rispetto, all’ambiente, alla lettura della Storia, all’arte, alla parola, alla politica... Far capire che il nostro è sempre “un” punto di vista, quindi non assoluto. Ma ciò che, secondo me, è importante non dimenticare mai è l’invito a “rimanere umani”, sapere che in fianco a noi (vicino o lontano) ci possono essere persone in difficoltà, e sapere che noi possiamo fare qualcosa. “Il sublime scompare quando l’umanità (…) tocca il fondo” afferma il filosofo Nuccio Ordine. E comunque, è fondamentale nella scuola rimanere legati alla disciplina e alla didattica. Devo ammettere che per un insegnante di Lettere tutto ciò è più facile: la geografia è una disciplina “democratica”, quando si guarda il planisfero non si vedono confini che non siano quelli naturali, poi, a poco a poco, si entra in un ambito demografico, e la presenza dell’uomo diviene fondamentale, e così si passa, in modo costruttivo, alla Storia, non come un’addizione di nozioni, ma come crescita, come conquista. Il valore della grammatica poi è essenziale per capire la realtà, per capire l’importanza delle parole che usiamo mille volte al giorno, per capire che il futuro è “il tempo ideale” per i nostri giovani studenti, e che senza una subordinata concessiva, a volte, nella vita, non ci restano altre chances. All’arrivo nella Scuola Secondaria di I grado lo studio dell’Epica classica e della Letteratura conquista l’attenzione dei ragazzi e i docenti hanno una grande arma in mano. Quello letterario è un ambito molto affascinante, verso cui gli studenti si mostrano sempre molto sensibili. La letteratura – come diceva Calvino – è “la ricerca della leggerezza come reazione al peso del vivere”, la letteratura ammorbidisce il linguaggio, arricchisce i significati, e apre contemporaneamente la strada alla precisione e alla determinazione. E’ la leggerezza della pensosità la sua, non della frivolezza. Milan Kundera affermava che “solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono” al peso a volte insostenibile della vita. Qui la scuola può e deve fare molto.

C’è un progetto o un’esperienza pensato per i ragazzi a cui sei maggiormente legata? C’è, invece, rammarico per qualcosa che non sei riuscita a realizzare?

I progetti costruiti con i ragazzi sono stati talmente tanti… Talvolta ritrovo lavori fatti a scuola, e mi sembrano ancora bellissimi. Noi abbiamo avuto studenti eccezionali. Davvero! Abbiamo inciso un cd, partecipato ad esperienze importanti sul territorio, a circuiti cinematografici, costruito agende e calendari (grazie anche al contributo di aziende locali), viaggiato per l’Europa. L’iniziativa di tre anni fa, dedicata alla Giornata della Memoria, è stata presentata all’allora Prefetto di Milano, oggi Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Ai miei colleghi continuare l’opera iniziata. Qualche rammarico? A volte le maglie della burocrazia, o della legislazione scolastica, si sono mostrate strette. Mi piacerebbe che si desse più importanza alla conquista dell’autonomia, perché i nostri studenti possano crescere solidi. Più che rammarico, mi verrebbe spontaneo scusarmi, per tutto quello che non sono riuscita a dare. Non è stato intenzionale.

Come valuti i rapporti con le famiglie? È cambiato qualcosa nel corso degli anni, sotto questo punto di vista?

E’ cambiato il rapporto fra la scuola e il mondo dei grandi. Oggi tutti si sentono professori, medici, psicologi ed è molto più difficile conquistare la fiducia, il rispetto, la stima. Devo dire però (sono stata molto fortunata!) che ho avuto spesso ottimi rapporti con le famiglie. A molte di loro – attraverso i ragazzi - sono rimasta a lungo legata, e lo sono ancora. Ho partecipato ad alcune loro sofferenze, ho condiviso le opportunità e i problemi legati alla crescita dei loro figli, e ho anche assaporato i loro successi. Sono cresciuta emotivamente con loro. Ogni tanto penso a quante persone sono entrate in quell’ufficio… Alcune col sorriso… e alcune con qualche lacrima. Sono sempre molto delicate le dinamiche di una famiglia, per questo occorre discrezione e tenerezza.

Naturalmente in tutti questi anni hai collaborato con decine di colleghi, tra i quali molti giovani docenti alle prime esperienze in classe. A tuo modo di vedere, cosa non può mancare a un insegnante che si affaccia oggi nel mondo della scuola per poter essere davvero un “buon insegnante” con e per i propri studenti?

Apertura sempre, accoglienza, disponibilità, e competenza, tanta competenza, sul piano disciplinare e quello psicopedagogico. È fondamentale entrare in classe al mattino e guardare i ragazzi negli occhi, far loro percepire che siamo lì per loro, che “esistono”, e sono importanti per noi, e che ognuno di loro è unico. La specialità in psicopedagogia e i 6 anni trascorsi ad approfondire il potenziamento cognitivo, e il metodo Feuerstein in particolare, mi hanno molto aiutata nell’esperienza professionale. Trasformare le paure dell’età in scelte coraggiose è una sfida quotidiana; la famiglia e la scuola, insieme, possono fare molto. Daniel Pennac che, per sua ammissione è stato un pessimo allievo, disse “Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?”. Io ci credo, e invito spesso i giovani ad intraprendere la strada dell’insegnamento. Quale altra professione ci offre la stessa opportunità di conoscere, aumentare il sapere, crescere emotivamente, informarci e aggiornarci?!

Per circa 25 anni sei stata anche responsabile di plesso della nostra scuola media. Proviamo a fare un po’ di memoria e a dare qualche numero: quanti presidi hai visto avvicendarsi alla guida dell’Istituto? E con quanti sindaci ed assessori hai avuto modo di collaborare? Quali sono i progetti più importanti ed interessanti proposti, via via, negli anni?

Ho lavorato con 8 presidi, oggi si chiamano Dirigenti Scolastici, di 4 di loro sono stata stretta collaboratrice, anche come Responsabile della Scuola Secondaria di Ronco: la Prof.ssa Vera Castaldini, la Prof.ssa Maria Vittoria Stucchi, la Dott.ssa Maria Teresa Vismara e la Prof.ssa Maria Lucia Lecchi. È stata un’esperienza faticosa e bellissima. E da ognuno di loro ho imparato qualcosa. Anche quando non è stato facile. Nella loro diversità ho coltivato le mie capacità. C’è sempre stato un rapporto di reciproco rispetto e grande stima, e con alcune di loro la relazione è continuata nel tempo, e continua ancora oggi. Ho conosciuto 4 sindaci “ronchesi”. Sono arrivata da supplente e ho incontrato, per pochissimo, il sindaco Luigi Cantù, con il quale, per la prima volta, ho organizzato il viaggio al Parlamento Europeo, a Strasburgo. I ragazzi erano pochi (una sola 3^), quindi abbiamo aperto alla comunità, esperienza questa ripetuta con il sindaco Enrico Ronchi; ho collaborato con il sindaco Francesco Colombo, e conosciuto l’assessore Kristiina Loukiainen, ritrovata poi nelle vesti di sindaco accanto all’assessore Lella Sala, una donna seria, dinamica, attenta all’ambiente, e sempre presente per la scuola. È stato poi un piacere nell’ultimo a.s. ritrovare, in qualità di assessore, Giusy Crippa, una mia ex studentessa. Con l’Amministrazione Comunale il rapporto è stato collaborativo e costruttivo. Direi che il rapporto con il territorio, e le sue associazioni, è stato positivo. Con l’Amministrazione e la Parrocchia, nella figura di Don Giampaolo, abbiamo costruito il Progetto “Pomeriggi di studio”, a favore dei ragazzi più in difficoltà, ma aperto a coloro che si ritrovavano soli in casa, o che semplicemente volevano condividere l’esperienza. Con la Rosa Blu (un pensiero va al sig. Gianprimo Brambilla!) e la Rosa d’Argento le iniziative si sono susseguite senza soluzione di continuità. E come dimenticare le infinite serate per commemorare le ricorrenze civili e religiose?!

Quando, finalmente, si concluderà questo periodo caratterizzato dalla pandemia, cambierà qualcosa nel mondo della scuola? Pensi, per esempio, che la tanto discussa didattica a distanza (DAD) di questi mesi avrà un futuro?

Vorrei essere ottimista, e pensare che questa pandemia, con tutte le difficoltà che ne sono conseguite, potrebbe migliorare alcuni aspetti della vita. Non so se sarà così. Ricordate Camus? “… la peste aveva tolto a tutti la disposizione all’amore e all’amicizia. Poiché l’amore richiede un po’ di futuro, e per noi ormai c’erano solo istanti”. Vorrei che così non fosse. Per tornare alla scuola, credo che sia importante far tesoro di tutto. Rinnoviamoci senza spreco, se abbiamo imparato qualcosa di nuovo, tratteniamolo, se la DaD ci ha resi più digitali, manteniamo questa abilità, non per sostituirla alla relazione “fisica”, ma per trasferirla negli ambiti più utili al nostro sapere. E dopo una dieta tanto stretta, torniamo ad abbracciarci senza diffidenza. Finiamo ancora con Camus: “… ci sono negli uomini più cose da ammirare che cose da disprezzare”. Per questo vorrei augurare a tutti, soprattutto ai miei studenti, un nuovo tempo, il tempo della gioia, che possa trascorrere meno rapidamente del tempo delle difficoltà.

Le domande sono finite… Ti ringraziamo di cuore per la disponibilità e il tempo che ci hai dedicato. Naturalmente ti diciamo grazie, a nome dei ronchesi, per esser stata, all’interno della nostra scuola, presenza preziosa e sempre attenta a ciascuno dei ragazzi che ti hanno incontrato nel loro cammino.

Posso aggiungere una parola ancora?

Certamente, prego.

Grazie! Ringrazio la comunità di Ronco, la ringrazio per avermi accolta, ospitata, e salutata con riconoscenza. Ringrazio i colleghi per avermi onorata con la fiducia, una fiducia quasi illimitata in alcuni momenti, colleghi che sono oggi fra i miei più cari amici. I loro saluti sono stati commoventi e pieni di pathos. Per la pazienza, ringrazio i miei studenti, che ricordo sempre con affetto e tanta commozione: conservo gelosamente tutti i loro pensieri. Che altro dire? La forza della nostra scuola è stata la coesione, l’afflato, il rispetto dei ruoli, il desiderio di lavorare insieme, e la passione per l’insegnamento. La comunità di Ronco può oggi contare su un gruppo di insegnanti competenti, preparati e sensibili.

Lascio a tutti un passaggio del teologo francese Rob Riemen: “La cultura, come l’amore, non ha il potere di costringere. Non offre garanzie. Ciò nonostante, l’unica possibilità di conquistare e difendere la nostra dignità di uomini ce la offrono proprio la cultura e un’educazione libera”.

Scusate, sono stata prolissa.