Il messaggio di Anpi che celebra il 2 giugno 2021

Pubblicato il 2 giugno 2021 • Celebrazioni

Quest’anno abbiamo deciso di privilegiare come Anpi il ricordo del primo voto concesso alle donne nell’Italia del dopoguerra, particolare di cui troppo spesso si dimentica il valore ed il significato.

“Una sconosciuta, il 2 giugno del 1946, uscì presto, dalla sua casa popolare, indossando il vestito migliore, un bimbo nel grembo e due per mano. Uscì per andare a votare”.

La prima occasione di voto per le donne fu in occasione delle consultazioni amministrative del 1946: risposero in massa, con un’affluenza che superò l’89 per cento. Circa 2 mila candidate vennero elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra.

10 marzo 1946, le donne con almeno 25 anni di età potevano eleggere ma soprattutto essere elette. E fu così per le prime sei sindache donne elette in Italia: Margherita Sanna a Orune, in provincia di Nuoro; Ninetta Bartoli a Borutta, in provincia di Sassari; Ada Natali, che sarà poi parlamentare, a Massa Fermana, in provincia di Fermo; Ottavia Fontana a Veronella, in provincia di Verona; Elena Tosetti a Fanano, in provincia di Modena; Lydia Toraldo Serra a Tropea, in provincia di Vibo Valentia.

Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani di entrambi i sessi, maggiori di 21 anni, vennero chiamati alle urne per eleggere i componenti dell’Assemblea costituente e per votare il referendum istituzionale che avrebbe stabilito se l’Italia sarebbe stata una nazione monarchica o repubblicana. L’importanza di quella chiamata elettorale appare evidente, era straordinaria per più di un motivo: il voto a uomini e donne, la Costituzione Repubblicana, la rinascita del Parlamento.

Le elette alla Costituente, su 226 candidate, furono 21 pari al 3,7 per cento: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito Socialista e una dell’Uomo qualunque. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea per scrivere la nuova proposta di Costituzione. A Lina Merlin si deve la specifica della parità di genere inserita all’articolo 3.

La fine della dittatura, dell’occupazione nazifascista e il ritorno alla libertà di scegliere democraticamente i rappresentanti vennero anche celebrate aprendo le porte a una parte della popolazione che fino ad allora (e non solo in Italia) era stata esclusa: le donne.

In generale fino alla fine del XIX secolo era largamente diffusa l’idea (e non solo tra gli uomini) che la componente femminile non potesse partecipare alla vita politica a causa della sua caratteristica ‘emotività’, generatrice solo di turbamento nella gestione degli affari di stato. Con le discussioni sull’allargamento del suffragio iniziarono a farsi sentire le prime voci che ipotizzavano l’ingresso delle donne nel corpo elettorale ma furono comunque escluse dalla riforma del 1882 e da quella del 1912 (che introduceva in Italia il suffragio universale maschile). Quando poi i tempi sembravano essere maturi per il voto alle donne, le drammatiche vicende politiche coincidenti con il primo conflitto mondiale prima e con l’avvento della dittatura fascista poi, interruppero questo processo.

Successivamente, nel 1925, Mussolini le incluse – ancora una volta con una serie di norme restrittive – nell’elettorato amministrativo, ma l’anno dopo con l’abolizione degli organismi rappresentativi locali si chiuse ogni discussione sui diritti politici per tutti.

Indubbi e notevoli passi sono stati compiuti nel percorso politico, registrando la presenza delle donne anche in alcune posizioni di rilievo, come quelle ricoperte da Nilde Jotti e Tina Anselmi, ma oggi, quando il nostro vivere quotidiano viene colpito dalla pandemia di Covid, si deve sottolineare che la percentuale di donne che ha perso il lavoro nel 2020 è stata doppia rispetto a quella dei maschi. Successivamente il reintegro, le nuove assunzioni e i rientri hanno visto le percentuali delle donne nettamente inferiori a quelle maschili. Queste condizioni confermano che ancora oggi permangono molti fattori di disparità, aggravati dalla mancanza di adeguati servizi alla famiglia, quali asili e centri di aggregazione, lacune di cui si fanno carico, ancora una volta, le donne.

Questo significa che una buona parte di persone che possono apportare un contributo di idee in tutti i campi sono, di fatto, limitate nel poter esprimere le proprie potenzialità a causa di varie situazioni.

Sono stati necessari 75 anni di storia repubblicana, 18 legislature e radicali riforme elettorali per dare un minimo di opportunità alle donne di partecipare alla vita pubblica e assicurarsi uno spazio, sia pure ancora limitato, nel mondo del lavoro e della politica.

Altrettanto necessaria resta l’esigenza di raccontare alle nuove generazioni come fu conquistata la democrazia affinché continui l’impegno per dare all’Italia benessere e diritti, poiché lavoro e libertà sono condizioni inseparabili.

Concludo il mio intervento con una breve citazione da un discorso di Nilde Iotti in prima sottocommissione presso la Commissione dei Settantacinque: «Dal momento che alla donna è stata riconosciuta nel campo politico la piena eguaglianza col diritto di voto attivo e passivo, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti campi della vita sociale e restituita a una posizione giuridica tale da non menomare la sua personalità e la sua dignità di donna e di cittadina».

Un grazie dunque a tutte quelle donne sconosciute che, il 2 giugno 1946, uscirono presto di casa con il vestito migliore, per andare a votare.

Anpi - 2 giugno 2021
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